C’è qualcosa di profondamente osceno nello spettacolo di un Occidente che continua a romanticizzare Hamas proprio mentre una parte crescente della popolazione palestinese prende le distanze dall’organizzazione terroristica che ha governato Gaza attraverso la violenza, la repressione e la guerra.

Il nuovo sondaggio del Palestinian Center for Policy and Survey Research, diretto da Khalil Shikaki e pubblicato il 14 ottobre, racconta una realtà che dovrebbe provocare un terremoto nel dibattito politico europeo.

Il sostegno dichiarato a Hamas è precipitato al 19%. Era al 24% appena due mesi fa e al 35% nel 2025. In Giudea e Samaria è sceso addirittura al 13%. Nella Striscia di Gaza, dove Hamas ha esercitato il proprio dominio e dove la popolazione ha pagato il prezzo più devastante della guerra, si attesta al 27%.

Ancora più significativo è il giudizio sull’esito del conflitto. Soltanto il 16% degli intervistati ritiene che Hamas abbia vinto la guerra. Nell’ottobre 2025 erano il 39%. Nel dicembre 2023, nelle prime settimane successive al massacro del 7 ottobre, erano addirittura il 70%.

È il crollo di una narrazione. Quella della vittoria inevitabile della cosiddetta resistenza, costruita sulla glorificazione del martirio, sulla distruzione di Israele e sulla disponibilità a sacrificare intere generazioni palestinesi in nome di una guerra senza prospettive.

E mentre questo accade, nelle università europee, nelle piazze italiane, nelle assemblee studentesche e in una parte del mondo intellettuale si continua a rappresentare Hamas come un soggetto di liberazione nazionale. Si confonde deliberatamente la causa palestinese con l’organizzazione che l’ha sequestrata. Si trasforma il terrorismo in epopea rivoluzionaria e si pretende che gli israeliani accettino come interlocutore politico un movimento responsabile del più grave massacro di ebrei dalla Shoah.

L’ipocrisia è insopportabile.

Perché il dato più interessante del sondaggio non è soltanto la diminuzione dei consensi a Hamas. È che il 53% dei palestinesi intervistati sostiene una soluzione a due Stati lungo le linee del 1967, con Gerusalemme Est come capitale palestinese. Il 42% considera il negoziato lo strumento più efficace per raggiungere i propri obiettivi nazionali, contro il 33% che indica la lotta armata.

Non siamo davanti alla nascita improvvisa di una società pacificata. Sarebbe una lettura ingenua e persino irresponsabile.

Il 44% continua a opporsi alla soluzione a due Stati. Il 74% rifiuta il disarmo di Hamas prima di un completo ritiro militare israeliano. A Gaza, inoltre, la percentuale di chi considera efficace la lotta armata è salita dal 21% al 37% in appena due mesi.

Questi numeri impediscono qualsiasi trionfalismo. Dimostrano quanto sia ancora distante una trasformazione politica capace di garantire una convivenza autentica e, soprattutto, la sicurezza di Israele.

Ma mostrano anche che la società palestinese non è un monolite ideologico e che identificare ogni palestinese con Hamas è tanto falso quanto assolvere Hamas in nome dei palestinesi.

Ed è precisamente qui che emerge la miseria morale di una parte del movimento propalestinese occidentale.

Per anni ci è stato spiegato che Hamas sarebbe stato l’espressione inevitabile della volontà popolare palestinese. Che opporsi all’organizzazione significasse opporsi alla liberazione di un popolo. Che pretendere la sua esclusione dal futuro politico di Gaza costituisse un’imposizione colonialista.

Adesso gli stessi palestinesi, almeno secondo un’indagine condotta da un istituto palestinese, mostrano un crescente distacco dall’organizzazione. E una quota importante di loro cerca alternative politiche, economiche e amministrative.

Il 56% si dichiara disponibile a sostenere una nuova lista indipendente composta da professionisti e personalità della società civile. Il 60% degli intervistati a Gaza esprime fiducia nel progetto di un’amministrazione tecnocratica della Striscia.
Sono segnali che meriterebbero attenzione, investimenti politici e sostegno internazionale.

Invece il dibattito occidentale troppo spesso continua a gravitare intorno ai medesimi slogan, alle medesime bandiere e alla medesima ossessione per Israele.

Il palestinese che desidera lavorare, ricostruire la propria casa e sottrarsi al potere delle milizie è assai meno interessante, per certi professionisti della protesta, del miliziano armato trasformato in manifesto.

Perché il primo obbliga a discutere di responsabilità, amministrazione, diritti individuali, pluralismo, sviluppo economico e compromessi politici. Il secondo consente di continuare a gridare contro Israele senza assumersi la responsabilità di proporre una soluzione praticabile.

C’è poi un’altra notizia che completa questo quadro desolante: Mahmoud Abbas ha rinviato al settembre 2027 le elezioni legislative inizialmente previste per novembre 2026.

Ancora una volta, mentre i palestinesi manifestano una crescente domanda di rinnovamento, il loro sistema politico rinvia il confronto democratico.

Hamas perde consensi. Fatah non riesce a conquistare la fiducia della popolazione. Il 33% degli intervistati dichiara di non riconoscersi in nessuna delle principali fazioni.

Eppure il ricambio politico continua a essere ostacolato.

Questo dovrebbe interessare enormemente chi sostiene di battersi per l’autodeterminazione palestinese. Perché l’autodeterminazione non consiste semplicemente nel pretendere uno Stato. Consiste anche nel permettere ai cittadini di scegliere liberamente chi debba governarlo.

Uno Stato senza responsabilità democratica, senza monopolio legittimo della forza e senza istituzioni capaci di impedire a una milizia di trascinare nuovamente la popolazione in guerra rischia di diventare non la soluzione del conflitto, ma il suo prossimo capitolo.

Israele ha il diritto, e il dovere, di pretendere garanzie di sicurezza concrete. Nessuna soluzione politica può essere costruita chiedendo agli israeliani di dimenticare il 7 ottobre o di accettare che una nuova entità statale diventi una piattaforma per il prossimo massacro.

Ma Israele deve anche saper riconoscere che l’indebolimento del consenso verso Hamas apre uno spazio politico che non dovrebbe essere regalato agli estremisti di domani. La sicurezza militare è indispensabile; da sola non può produrre una leadership palestinese alternativa.

E qui arriva la domanda più scomoda.

Se perfino una parte crescente dei palestinesi non vuole più Hamas, perché una parte dell’Occidente continua a comportarsi come se Hamas fosse l’unica voce autentica dei palestinesi?

La risposta, temo, è molto meno nobile della retorica che ascoltiamo nelle manifestazioni.

Per alcuni Hamas non è mai stato davvero il problema, perché il problema non è mai stato il benessere dei palestinesi. Il centro della loro mobilitazione è l’ostilità verso Israele. E qualunque soggetto combatta Israele diventa, per questo solo fatto, meritevole di indulgenza politica.

È una deformazione ideologica che sacrifica due popoli contemporaneamente: gli israeliani, ai quali viene negato il diritto di difendersi, e i palestinesi, ai quali viene negata persino la possibilità di immaginare un futuro diverso dalla guerra permanente.

Il nuovo sondaggio non dimostra che la pace sia vicina. Non dimostra che Hamas sia sconfitto politicamente in maniera irreversibile. Non dimostra nemmeno che una maggioranza palestinese sia pronta ad accettare tutte le condizioni necessarie a un accordo.

Dimostra però che qualcosa si muove. Che il mito dell’invincibilità di Hamas si è incrinato. Che la ricerca di alternative non è una fantasia inventata a Gerusalemme o a Washington, ma una domanda che emerge anche dall’interno della società palestinese.

E questo dovrebbe essere il punto di partenza di una politica seria.

Chi vuole davvero aiutare i palestinesi dovrebbe preoccuparsi di liberare il loro futuro dal dominio delle organizzazioni armate, non di concedere a queste ultime una patente morale.
Chi vuole davvero la pace dovrebbe pretendere insieme la sicurezza di Israele e istituzioni palestinesi responsabili, non alimentare l’illusione che un nuovo ciclo di violenza possa cancellare lo Stato ebraico.

Chi continua a glorificare Hamas farebbe bene, almeno per una volta, ad ascoltare i palestinesi invece di usarli come comparse della propria rivoluzione immaginaria.

Perché forse è proprio questa la notizia che una certa Europa non vuole sentire: il mito di Hamas sta perdendo terreno tra i palestinesi, mentre i suoi apologeti occidentali non hanno ancora trovato il coraggio di abbandonarlo.