Il Pentagono accelera i preparativi per una possibile ripresa delle operazioni militari su vasta scala contro la Repubblica Islamica. Nel mirino infrastrutture energetiche, installazioni nucleari e obiettivi strategici. Washington considera un intervento già nelle prossime settimane, mentre il negoziato con Teheran rimane paralizzato. Anche Israele potrebbe essere direttamente coinvolto nella nuova fase del conflitto.

La guerra contro l’Iran potrebbe essere sul punto di entrare in una nuova fase, potenzialmente ancora più intensa delle precedenti. E questa volta il calendario militare rischia di intrecciarsi direttamente con quello politico americano.

Secondo quanto riportato da tre importanti testate statunitensi, NBC News, Axios e The Atlantic, il presidente Donald Trump e i vertici della sicurezza nazionale americana stanno valutando una nuova campagna militare contro la Repubblica Islamica, con la possibilità di avviare operazioni su vasta scala già nelle prossime settimane, prima delle elezioni di metà mandato del 3 novembre.

Non si tratta ancora di un ordine di attacco. Ma i preparativi militari sono concreti.

Secondo Axios, il Pentagono ha incaricato il Comando Centrale degli Stati Uniti, il CENTCOM, di completare la pianificazione operativa per un’eventuale ripresa delle ostilità. Le opzioni allo studio comprenderebbero bombardamenti massicci contro le infrastrutture energetiche iraniane, installazioni nucleari e altri obiettivi considerati strategici per la sopravvivenza e la capacità operativa del regime.

NBC News riferisce che le nuove opzioni militari sono state elaborate dopo una riunione della squadra di sicurezza nazionale americana a Camp David, durante la quale sono state esaminate la situazione iraniana e le attività degli Houthi nello Yemen.

La decisione finale spetta a Trump, che per il momento continua a mantenere aperte contemporaneamente la strada diplomatica e quella militare.

Mercoledì sera, durante un comizio elettorale a San Antonio, in Texas, il presidente americano ha dichiarato di non essere particolarmente interessato a un nuovo accordo con Teheran, sostenendo tuttavia che gli iraniani sarebbero ormai disposti a concedere praticamente qualsiasi cosa pur di fermare le ostilità.

Una dichiarazione che contrasta con lo stallo negoziale delle ultime settimane e con le persistenti divergenze sul programma nucleare iraniano.

Trump ha contemporaneamente elogiato Steve Witkoff, inviato speciale americano per il Medio Oriente, affermando che sta lavorando con successo a un possibile accordo. Ma dietro le dichiarazioni pubbliche, l’amministrazione appare sempre meno disposta ad accettare un’intesa provvisoria che consenta all’Iran di ottenere alleggerimenti delle sanzioni senza affrontare definitivamente le questioni nucleari.

Il problema, secondo Washington, non riguarda soltanto le concessioni che Teheran potrebbe offrire, ma anche l’affidabilità della sua struttura di comando.

Martedì Trump aveva espresso apertamente dubbi su chi eserciti realmente il potere nella Repubblica Islamica, sostenendo che i vertici del regime e i loro successori siano stati eliminati e che risulti difficile individuare interlocutori capaci di assumere decisioni vincolanti.

Teheran ha respinto questa ricostruzione. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha accusato Washington di inviare messaggi contraddittori e di modificare continuamente la propria posizione negoziale.

Ma esiste un secondo elemento, altrettanto importante, che contribuisce a spiegare l’accelerazione americana: le elezioni di novembre.

Secondo The Atlantic, alcuni esponenti dell’amministrazione ritengono che un’operazione militare limitata potrebbe consentire a Trump di rivendicare un successo strategico prima del voto, in un momento particolarmente difficile per la sua presidenza.
La guerra ha infatti contribuito all’aumento dei prezzi dei carburanti, aggravando il costo della vita negli Stati Uniti e alimentando il malcontento degli elettori. Il presidente deve quindi confrontarsi con un problema politico evidente: dimostrare di aver ottenuto risultati decisivi contro l’Iran senza trascinare il Paese in un conflitto ancora più costoso.

Non tutti, tuttavia, condividono l’idea che nuovi bombardamenti possano migliorare la situazione. Alcuni funzionari citati dalla stampa americana avvertono che attacchi limitati potrebbero non modificare significativamente gli equilibri militari né ridurre il prezzo del petrolio. Al contrario, una nuova escalation potrebbe provocare ulteriori ripercussioni sui mercati energetici.

Per questo, tra le ipotesi valutate a Washington figura anche una campagna militare più ampia da avviare dopo le elezioni.

Per Israele, le conseguenze di questa decisione potrebbero essere immediate.

Secondo Axios, Trump ha avuto recenti contatti con il primo ministro Benjamin Netanyahu, mentre negli ambienti israeliani viene considerata concreta la possibilità che una nuova offensiva americana provochi una risposta iraniana attraverso lanci di missili balistici contro lo Stato ebraico.

Questo significa che un’eventuale operazione statunitense non riguarderebbe necessariamente soltanto il territorio iraniano. Potrebbe invece riaprire una fase di confronto diretto nella quale Israele tornerebbe a essere uno dei principali bersagli della rappresaglia di Teheran.

Il quadro strategico è quindi estremamente delicato.

Da una parte, gli Stati Uniti cercano di trasformare la pressione militare in concessioni politiche e strategiche definitive. Dall’altra, il regime iraniano tenta di preservare ciò che rimane delle proprie capacità militari, del programma nucleare e soprattutto della propria continuità istituzionale.

In mezzo si trovano Israele, gli Stati del Golfo e le rotte energetiche internazionali, già sottoposti alle conseguenze di mesi di confronto militare.

Resta però una distinzione fondamentale: preparare una guerra non significa aver deciso di combatterla. Il Pentagono ha il compito di predisporre opzioni operative, ma soltanto il presidente può autorizzarne l’esecuzione.

Le indiscrezioni convergenti della stampa americana indicano comunque che l’ipotesi di una nuova offensiva non è più soltanto uno strumento retorico di pressione diplomatica. È uno scenario concretamente inserito nella pianificazione militare degli Stati Uniti.

Il 3 novembre gli americani saranno chiamati alle urne. Prima di quella data, Trump potrebbe trovarsi davanti a una scelta destinata a pesare ben oltre il risultato elettorale: accettare un compromesso con la Repubblica Islamica, prolungare l’attuale situazione di stallo oppure ordinare una nuova offensiva per tentare di imporre con la forza condizioni che la diplomazia non è riuscita a ottenere.