La nuova guerra contro gli Houthi sta facendo emergere un problema molto più grande dello Yemen: l’Arabia Saudita ha costruito negli ultimi anni una rete impressionante di alleanze, accordi e assicurazioni geopolitiche, ma quando iniziano a cadere missili bisogna vedere chi è realmente disposto a combattere.

Mohammed bin Salman aveva cercato di ridurre la dipendenza strategica dagli Stati Uniti muovendosi contemporaneamente in più direzioni: riconciliazione con l’Iran mediata dalla Cina, rapporti con Pechino e Mosca, cooperazione con Ankara e Islamabad e, più recentemente, un accordo di difesa con Turchia e Pakistan che considera un attacco contro uno dei tre Paesi come un attacco contro tutti.

Poi sono arrivati gli Houthi.

Washington sta fornendo intelligence e assistenza, ma Donald Trump ha finora evitato di trascinare direttamente gli Stati Uniti in una nuova campagna militare nello Yemen. Turchia e Pakistan hanno espresso solidarietà e Ankara si è detta disponibile a soddisfare necessità militari e tecniche saudite, ma nessuno dei partner di Riyadh è finora entrato direttamente nella guerra.

Ed è precisamente qui che emerge la vulnerabilità saudita.

La forza economica del Regno dipende non soltanto dalla quantità di petrolio che possiede, ma dalla possibilità di portarlo fisicamente sui mercati mondiali. Con Hormuz già sottoposto a fortissime tensioni, la East-West Pipeline verso Yanbu era diventata la grande alternativa saudita. Gli attacchi con droni di settembre hanno però costretto Riyadh a interromperne temporaneamente il funzionamento e a spostare nuovamente parte delle esportazioni verso i terminali del Golfo.

In altre parole: la via costruita per aggirare Hormuz è vulnerabile agli attacchi, mentre la via del Mar Rosso è esposta agli Houthi.

È una trappola geografica prima ancora che militare.

E gli Houthi non hanno bisogno di sconfiggere l’esercito saudita. Per ottenere un risultato strategico basta rendere credibile la possibilità di colpire oleodotti, aeroporti, porti e navigazione commerciale. A quel punto aumentano assicurazioni e costi di trasporto, le compagnie cambiano rotta e l’immagine di stabilità sulla quale Mohammed bin Salman ha costruito Vision 2030 comincia a essere messa sotto pressione.

Ed è qui che compare Israele.

Gerusalemme possiede capacità che oggi interessano direttamente Riyadh: intelligence sugli Houthi, allerta precoce, difesa antimissile, individuazione dei bersagli e una significativa esperienza operativa contro missili e droni provenienti dallo Yemen. È possibile quindi che la convergenza israelo-saudita cresca inizialmente molto lontano dalle fotografie ufficiali e dalle ambasciate: con uno scambio di informazioni, un radar, una traccia identificata in tempo o un sistema d’intercettazione.

Ma sarebbe un errore trasformare automaticamente questa convergenza in una previsione di normalizzazione.

Per Mohammed bin Salman cooperare con Israele contro una minaccia comune e riconoscere diplomaticamente Israele restano due decisioni differenti, sottoposte a costi politici differenti. Riyadh continua a legare pubblicamente la normalizzazione alla questione palestinese e contemporaneamente mantiene aperto il dialogo con Teheran.

La strategia saudita, infatti, non consiste nello scegliere definitivamente un campo. Consiste nell’avere abbastanza interlocutori da non dipendere completamente da nessuno: gli Stati Uniti per armamenti e sicurezza, la Cina per economia e mediazione, Turchia e Pakistan come profondità militare, l’Iran come interlocutore necessario per ridurre il rischio di escalation.

Israele potrebbe semplicemente diventare un altro pezzo di questo mosaico.