Le violenze contro i palestinesi, l’aggressione alla fotografa americana Heidi Levine e il sostegno di alcuni ambienti religiosi radicali riaprono una questione fondamentale per lo Stato ebraico: chi esercita il monopolio della forza, le istituzioni democratiche o gruppi armati che pretendono di agire al di sopra della legge?
Una minaccia interna allo Stato di Israele, capace di compromettere la sua sicurezza, danneggiarne la reputazione internazionale e mettere in discussione gli stessi principi del sionismo. È l’allarme lanciato dal giornalista e commentatore israeliano Ben-Dror Yemini, che denuncia la crescente violenza degli estremisti ebrei in Giudea e Samaria e l’incapacità delle autorità di contrastare efficacemente un fenomeno che, a suo giudizio, non può più essere liquidato come l’opera di pochi individui isolati.
Al centro della denuncia si trova l’aggressione alla fotografa americana Heidi Levine, collaboratrice del Washington Post, avvenuta durante gli scontri tra israeliani e palestinesi in un’area agricola della Giudea e Samaria.
Le immagini mostrano uomini mascherati mentre aggrediscono una donna a terra. Un episodio che ha provocato indignazione e che, secondo Yemini, rappresenta soltanto la manifestazione più recente di una successione di violenze che prosegue da mesi.
La ricostruzione degli avvenimenti rimane oggetto di controversia. L’agenzia JSR, attiva in Giudea e Samaria, ha sostenuto che l’incidente sarebbe stato provocato da un’imboscata organizzata da palestinesi accompagnati da giornalisti e attivisti di sinistra.
La versione è contestata e non costituisce un accertamento delle responsabilità.
Secondo il portavoce delle Forze di Difesa Israeliane, l’area interessata era destinata alla raccolta delle olive e non richiedeva alcun coordinamento preventivo per l’accesso dei palestinesi. L’IDF ha inoltre precisato che tra i partecipanti agli scontri figuravano sia israeliani ebrei sia palestinesi, e che alcuni dei presenti appartenevano a organizzazioni attiviste ostili a Israele.
Anche la condotta di alcuni militari intervenuti sul posto è oggetto di accertamenti.
Yemini non ignora il terrorismo palestinese, le provocazioni e le responsabilità che possono emergere dall’altra parte. Ma sostiene che nessuna di queste circostanze possa giustificare aggressioni contro civili e giornalisti, né autorizzare gruppi privati a sostituirsi alle autorità dello Stato.
La questione, secondo il commentatore, supera ormai i confini del singolo episodio.
Per anni le violenze compiute da estremisti ebraici sono state descritte come azioni di frange marginali, estranee alla maggioranza degli abitanti degli insediamenti israeliani.
Yemini riconosce che gran parte dei residenti israeliani in Giudea e Samaria respinge queste aggressioni. Contesta tuttavia l’idea che i responsabili siano completamente separati dagli ambienti politici e religiosi nei quali operano.
Il problema sarebbe rappresentato dall’esistenza di gruppi radicali che dispongono di armi, godono di appoggi ideologici e politici e non riconoscono pienamente l’autorità dello Stato e dell’esercito.
Un passaggio particolarmente significativo riguarda il rabbino Dov Lior, figura influente di una corrente del sionismo religioso.
Yemini richiama una recente interpretazione religiosa attribuita al rabbino, secondo la quale le terre detenute dai palestinesi apparterrebbero in realtà al popolo ebraico e non sarebbero mai state legittimamente acquisite dai loro attuali possessori.
Da questa premessa deriverebbe, secondo l’interpretazione contestata, la possibilità di raccogliere le olive coltivate su quei terreni, senza riconoscere ai palestinesi il diritto esclusivo sui frutti del proprio lavoro.
Si tratta di una posizione che ha suscitato critiche anche all’interno del mondo religioso israeliano.
I rabbini dell’organizzazione Tzohar, espressione del sionismo religioso, hanno infatti condannato l’interpretazione di Dov Lior, dimostrando come il confronto non opponga semplicemente religiosi e laici, ma attraversi lo stesso mondo dell’ebraismo osservante.
È un elemento essenziale: il sionismo religioso non costituisce un blocco ideologico uniforme e le posizioni dei suoi esponenti più radicali non possono essere attribuite indistintamente all’intera comunità.
La denuncia di Yemini diventa ancora più severa quando affronta il rapporto tra i gruppi estremisti e le istituzioni israeliane.
Il giornalista propone un paragone volutamente provocatorio con Hezbollah in Libano.
Israele denuncia da anni l’incapacità dello Stato libanese di imporre il proprio monopolio della forza e di disarmare un’organizzazione che dispone di strutture militari autonome, finanziamenti e una propria catena di comando.
Per Yemini, la domanda da rivolgere alle autorità israeliane è perché un esercito potente come l’IDF non riesca a impedire a gruppi estremisti ebraici di agire contro palestinesi, proprietà private e, in alcune circostanze, contro gli stessi rappresentanti dello Stato.
Il paragone non implica un’equivalenza militare o organizzativa tra Hezbollah e i gruppi radicali israeliani. Riguarda piuttosto il principio fondamentale dell’autorità statale: nessuna organizzazione armata può rivendicare il diritto di esercitare autonomamente la violenza sulla base di una propria interpretazione religiosa o politica.
Secondo Yemini, il numero dei militanti coinvolti nell’estremismo violento potrebbe raggiungere le centinaia o addirittura le migliaia. Si tratta di una sua valutazione, non di una stima ufficiale verificata.
La loro presenza rappresenterebbe un problema non soltanto per i palestinesi che subiscono aggressioni, ma anche per i cittadini israeliani che rispettano la legge e per i militari incaricati di garantire la sicurezza del territorio.
Un ulteriore aspetto riguarda le conseguenze diplomatiche.
Yemini riferisce di aver ricevuto avvertimenti da alti funzionari dell’amministrazione americana, tradizionalmente favorevoli a Israele, circa il crescente rischio di nuove sanzioni.
Le violenze nazionalistiche, sostiene, stanno alimentando pressioni internazionali che potrebbero colpire direttamente gli interessi israeliani.
La gravità della situazione sarebbe accentuata dal fatto che le immagini delle aggressioni vengono diffuse in tutto il mondo, contribuendo a rafforzare rappresentazioni ostili di Israele e del movimento sionista.
In questo contesto, il giornalista arriva a sostenere che gli estremisti ebraici violenti stiano arrecando al Paese un danno maggiore di quello prodotto da numerosi avversari politici e propagandistici internazionali.
È una valutazione politica particolarmente dura, che riflette la preoccupazione per l’effetto cumulativo delle violenze sulla legittimità internazionale dello Stato ebraico.
Il punto centrale della denuncia rimane tuttavia interno alla società israeliana.
Lo Stato di Israele è nato come espressione dell’autodeterminazione del popolo ebraico e si fonda su istituzioni chiamate a esercitare il potere nel rispetto della legge.
L’esistenza di gruppi che rivendicano una legittimazione religiosa superiore all’autorità statale apre quindi una contraddizione fondamentale: la difesa della Terra d’Israele non può trasformarsi nella negazione delle istituzioni dello Stato d’Israele.
Per Yemini, la violenza degli estremisti non rappresenta una forma particolarmente intransigente di sionismo, ma una minaccia alla sua stessa realizzazione politica.
La conclusione è un appello alle istituzioni affinché intervengano prima che il fenomeno produca conseguenze ancora più gravi.
La tutela della sicurezza dei cittadini israeliani, la protezione dei palestinesi dalle aggressioni illegali e la difesa dell’autorità dell’IDF non sono obiettivi incompatibili. Appartengono alla medesima responsabilità dello Stato.
La denuncia pone dunque una questione che Israele non può eludere: la lotta contro il terrorismo palestinese e contro le organizzazioni armate che minacciano lo Stato ebraico non può accompagnarsi alla tolleranza verso chi, dall’interno della società israeliana, pretende di sostituire la legge con la violenza.
La sovranità dello Stato ebraico si misura anche nella capacità di impedire che qualcuno, invocando il sionismo, si arroghi il diritto di agire al di sopra delle sue istituzioni.
Gli estremisti ebrei in Giudea e Samaria, la denuncia di Ben-Dror Yemini: «Stanno diventando i peggiori nemici di Israele»
Modificato il 17 ottobre 2026 alle 10:59
Pubblicato sul canale Israele Senza Filtri
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