Gruppi filopalestinesi in Giordania hanno lanciato una campagna per boicottare il concerto del tenore italiano Andrea Bocelli, previsto per il prossimo 27 novembre nella storica città di Petra, chiedendone addirittura la cancellazione.

La ragione? Il suo sostegno pubblico a Israele.

Nel 2022 Bocelli si esibì a Tel Aviv davanti a migliaia di spettatori, tra cui il premier Benjamin Netanyahu, ignorando gli appelli al boicottaggio. Nel 2010 aveva inoltre partecipato a Los Angeles a un evento di raccolta fondi a favore di un’organizzazione che sostiene le IDF.

Nel 2023 il tenore italiano aveva anche inviato una lettera di solidarietà a Yaffa Adar, israeliana rapita da Hamas durante il massacro del 7 ottobre.

Il movimento BDS giordano ha invitato il pubblico a non acquistare biglietti e a pretendere l’annullamento dell’evento, accusando Bocelli di sostenere quello che definisce il «nemico israeliano».

La vicenda solleva una questione che va ben oltre la musica: fino a che punto il boicottaggio politico può spingersi nel tentativo di escludere un artista dalla scena internazionale per i suoi rapporti con Israele?

Per il momento si tratta di una campagna di pressione, non di una cancellazione ufficiale del concerto.