L’esercito israeliano pubblica nomi, fotografie, ruoli e documenti recuperati nella Striscia. Secondo le indagini militari, persone presentate nel mondo come operatori dell’informazione appartenevano alle strutture di Hamas, Jihad Islamica e altri gruppi armati. Alcuni avrebbero partecipato direttamente al 7 ottobre.
Le Forze di Difesa Israeliane hanno deciso di rendere pubblica una vasta documentazione su palestinesi uccisi durante il conflitto e indicati dopo la loro morte come giornalisti o operatori dei media.
Secondo quanto reso noto dall’IDF il 1° ottobre, 170 di queste persone avrebbero ricoperto contemporaneamente ruoli nelle strutture militari delle organizzazioni terroristiche della Striscia, soprattutto Hamas e Jihad Islamica Palestinese.
L’esercito israeliano non si limita a contestarne la qualificazione come civili: ha creato un archivio pubblico dedicato, nel quale vengono raccolti nomi, fotografie, appartenenza organizzativa, incarichi e materiale documentale relativo ai singoli casi. Il sito dell’IDF presenta gli individui identificati come appartenenti alle ali militari di Hamas, Jihad Islamica e altre organizzazioni.
Le prove indicate dall’esercito comprendono documenti interni recuperati nella Striscia, elenchi del personale, fotografie e altre informazioni d’intelligence. In precedenti rivelazioni riguardanti personale legato ad Al Jazeera, l’IDF aveva già pubblicato documenti che, secondo l’esercito, includevano registri di personale, corsi di addestramento, elenchi telefonici e documentazione relativa agli stipendi.
La portata dei dossier apre ora un nuovo fronte nella battaglia sul racconto della guerra.
Per tutto il conflitto, la morte di giornalisti palestinesi è stata uno degli elementi centrali delle accuse rivolte a Israele. Organizzazioni internazionali, associazioni per la libertà di stampa e numerosi media hanno denunciato il numero eccezionalmente elevato di operatori dell’informazione uccisi nella Striscia, mentre alcune accuse hanno sostenuto che i giornalisti fossero deliberatamente presi di mira.
È precisamente questa ricostruzione che l’IDF contesta.
Secondo l’esercito, il fatto che una persona svolgesse attività giornalistica o venisse successivamente presentata come giornalista non escludeva necessariamente una sua contemporanea appartenenza a un’organizzazione armata. Israele sostiene quindi che una parte significativa dei casi utilizzati nel dibattito internazionale debba essere riesaminata alla luce delle informazioni raccolte durante la guerra.
La questione non nasce oggi. Un’inchiesta pubblicata nel giugno 2026 aveva già confrontato alcune delle persone conteggiate tra i giornalisti uccisi con necrologi e comunicazioni successivamente pubblicati da Hamas e Jihad Islamica, trovando casi nei quali gli stessi gruppi armati riconoscevano il defunto come proprio membro. Alcuni nomi erano stati successivamente rimossi da database utilizzati per contabilizzare i giornalisti morti nella guerra.
La nuova operazione dell’IDF porta però il confronto su una scala molto più ampia.
L’esercito aveva inizialmente annunciato la pubblicazione di dieci dossier, precisando che si trattava soltanto dell’inizio. Tra i casi presentati figuravano persone che, secondo le informazioni israeliane, non soltanto appartenevano alle strutture militari delle organizzazioni terroristiche, ma avevano anche attraversato il confine durante l’attacco del 7 ottobre 2023.
Uno dei casi resi pubblici riguarda Mohammad al-Najar, identificato dai media palestinesi come giornalista dopo essere stato ucciso in un attacco israeliano a Khan Younis. Secondo l’IDF, al-Najar apparteneva invece all’ala militare di Hamas e aveva partecipato direttamente all’invasione di Israele del 7 ottobre.
Il materiale pubblicato dall’esercito non risolve automaticamente ogni controversia sul numero complessivo dei giornalisti uccisi a Gaza, né consente di estendere l’accusa a chiunque abbia lavorato nei media palestinesi. Stabilisce però una distinzione fondamentale: essere stato identificato pubblicamente come giornalista non significa, di per sé, che quella persona fosse esclusivamente un civile estraneo alle organizzazioni armate.
Ed è proprio su questa sovrapposizione che Israele concentra ora la propria controffensiva documentale.
Per quasi tre anni il numero dei giornalisti morti è stato utilizzato come una delle accuse più gravi contro la condotta israeliana nella Striscia. Con la pubblicazione dei dossier, l’IDF chiede che quei casi vengano riesaminati non soltanto sulla base della professione attribuita alle vittime, ma anche dell’eventuale ruolo ricoperto contemporaneamente nelle organizzazioni armate.
La questione investe direttamente uno dei nodi più controversi del racconto internazionale della guerra di Gaza: chi veniva contato esclusivamente come giornalista e chi, accanto all’attività nei media, apparteneva anche alle strutture militari di Hamas o della Jihad Islamica?
Gaza, l’IDF apre i dossier: 170 «giornalisti» erano membri delle organizzazioni terroristiche
Pubblicato sul canale Israele Senza Filtri
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