Il piano del copilota terrorista del volo FlyDubai FZ1073 sarebbe stato ancora più devastante di quanto emerso finora: uccidere il comandante senza attirare l’attenzione, mantenere l’aereo sulla rotta verso Israele e schiantare il Boeing contro un grattacielo di Tel Aviv, replicando lo schema degli attentati dell’11 settembre 2001.

È quanto emerge dalla ricostruzione pubblicata dal Corriere della Sera sulla base di informazioni attribuite all’intelligence israeliana.

Hamam al-Hammami, 29 anni, cittadino omanita, avrebbe pianificato di neutralizzare il comandante Smit Machchhar mentre l’aereo si trovava ancora lontano da Israele, continuando poi apparentemente il volo regolare verso Tel Aviv. L’obiettivo sarebbe stato arrivare sulla città senza dare il tempo alle autorità israeliane di comprendere cosa stesse accadendo, far decollare i caccia o tentare una trattativa.

Alle 9:15 circa, al-Hammami avrebbe chiesto di poter pregare. Pochi minuti dopo si sarebbe alzato dal proprio sedile, avrebbe afferrato l’ascia d’emergenza custodita nel cockpit e avrebbe colpito violentemente il comandante alle spalle.

Machchhar, gravemente ferito e con un braccio quasi tranciato, riuscì però a raggiungere il comando della porta blindata del cockpit e a sbloccarla. Una coincidenza decisiva: Tali Manes, che si trovava nella parte anteriore dell’aereo con la figlia di cinque anni, sentì la colluttazione e richiamò l’attenzione di un pilota fuori servizio seduto in business class.

Quando la porta venne aperta, i passeggeri videro il comandante ricoperto di sangue e il copilota ai comandi.

A quel punto il piano originario sarebbe saltato.

Secondo la ricostruzione, alle 9:21 al-Hammami avrebbe quindi tentato di far precipitare immediatamente l’aereo nel deserto, disattivando il pilota automatico e spingendo violentemente il Boeing 737 MAX in picchiata.

In poco più di trenta secondi l’aereo perse circa 16.000 piedi, quasi cinque chilometri di quota, raggiungendo una velocità superiore ai 970 km/h. Gli investigatori stanno inoltre verificando se il terrorista abbia tentato di spegnere entrambi i motori.

Prima di essere definitivamente immobilizzato avrebbe anche cercato di danneggiare la strumentazione, nel tentativo di impedire agli altri piloti di riprendere il controllo del velivolo.

Furono i passeggeri israeliani a irrompere nel cockpit, neutralizzarlo e consentire a due piloti fuori servizio presenti a bordo di stabilizzare l’aereo.

Il Boeing, con 174 passeggeri a bordo, riuscì infine ad atterrare in emergenza a Tabuk, in Arabia Saudita.

Le autorità degli Emirati Arabi Uniti hanno definito quanto avvenuto un atto terroristico. Secondo fonti emiratine, Abu Dhabi intenderebbe chiedere per al-Hammami la pena più severa prevista, mentre investigatori israeliani partecipano all’inchiesta.

La domanda, adesso, diventa ancora più grave: come ha potuto un pilota che sarebbe già stato allontanato da Oman Air per preoccupazioni legate al suo estremismo arrivare ai comandi di un aereo pieno di israeliani diretto a Tel Aviv?

Se la ricostruzione verrà confermata integralmente, il 30 settembre Israele non ha sfiorato semplicemente un dirottamento.

Ha sfiorato il suo 11 settembre.