L’incidente sul volo FZ1073 offre a Netanyahu l’occasione di riportare la campagna elettorale sul terreno che ha dominato per decenni: quello della sicurezza. Ma trasformare un evento drammatico in consenso elettorale è un passaggio tutt’altro che automatico.
La questione interessante non riguarda soltanto Netanyahu. Riguarda soprattutto quale storia gli israeliani racconteranno a sé stessi nelle ultime settimane prima delle elezioni del 27 ottobre.
Perché sul volo FZ1073 si sono incrociate, nello spazio di pochi minuti, quasi tutte le grandi questioni politiche dell’Israele del 2026: sicurezza, terrorismo, vulnerabilità dello Stato, responsabilità individuale dei cittadini e, inevitabilmente, il fantasma del 7 ottobre.
Parlare di una campagna di Netanyahu semplicemente “in difficoltà” rischia però di semplificare troppo il quadro.
Il sondaggio Kan pubblicato il 28 settembre attribuiva 52 seggi sia al blocco favorevole a Netanyahu sia al blocco sionista che gli si oppone. Yashar di Gadi Eisenkot risultava primo partito con 23 seggi e il Likud secondo con 21. Ma, alla domanda su chi fosse preferibile come primo ministro tra i due, Netanyahu risultava al 39% contro il 38% di Eisenkot.
Altri sondaggi hanno prodotto numeri differenti: il 24 settembre Channel 13 assegnava 52 seggi al blocco anti-Netanyahu e 51 a quello del premier, mentre un’altra rilevazione dava entrambi i blocchi a 53.
Il problema politico di Netanyahu esiste, soprattutto perché il Likud non domina più il sistema come in altre campagne, ma il quadro è quello di un sostanziale stallo, non di un candidato politicamente fuori gioco.
Ed è precisamente in uno scenario del genere che un evento capace di modificare l’agenda pubblica acquista importanza.
Per quasi tre anni una delle domande inevitabili rivolte al governo Netanyahu è stata: com’è stato possibile il 7 ottobre?
L’attacco di Hamas ha colpito direttamente l’immagine politica che Netanyahu aveva costruito durante gran parte della propria carriera: quella del leader capace di comprendere le minacce prima degli altri e di garantire sicurezza in una regione ostile.
Il caso FlyDubai consente al premier di provare a spostare il discorso. Netanyahu ha incontrato alcuni dei protagonisti dell’intervento sul volo, ne ha celebrato pubblicamente il coraggio ed è intervenuto personalmente sulla vicenda, mentre il governo annunciava nuove misure di sicurezza per i voli diretti in Israele.
Il messaggio politico implicito diventa quindi diverso: non più soltanto “chi è responsabile di ciò che accadde nel 2023?”, ma “chi può guidare Israele davanti alle minacce che esistono oggi?”.
È un cambiamento di cornice, non necessariamente di opinione.
La vicenda può infatti essere raccontata in due modi completamente opposti.
Per Netanyahu e i suoi alleati, un tentativo di provocare la caduta di un aereo pieno di israeliani dimostra che il Paese continua a vivere sotto una minaccia eccezionale. In questa lettura, sicurezza e capacità di reazione devono rimanere il centro della politica israeliana.
L’opposizione ha costruito una narrazione speculare: ancora una volta, sostiene, sono stati comuni cittadini israeliani a trovarsi improvvisamente soli davanti al pericolo e a dover reagire personalmente. È il parallelismo che diversi esponenti dell’opposizione hanno cercato di stabilire con il 7 ottobre.
Ma il confronto presenta una differenza essenziale: sul volo FlyDubai la catastrofe è stata evitata. Passeggeri, equipaggio e comandante sono riusciti a impedire quello che avrebbe potuto trasformarsi in un disastro.
Per questo entrambi i campi politici cercano di appropriarsi dello stesso simbolo: l’israeliano che reagisce e sopravvive.
C’è poi una coincidenza che ha reso l’incidente ancora più esplosivo politicamente.
Il giorno precedente Netanyahu aveva pubblicamente avvertito che nemici di Israele avrebbero potuto tentare operazioni contro il Paese in prossimità delle elezioni.
Dopo l’incidente FlyDubai, alcuni suoi alleati hanno presentato quelle parole come una conferma della fondatezza dell’allarme.
Yair Lapid, che aveva ricevuto un briefing sulla sicurezza dal primo ministro, ha però contestato direttamente questa ricostruzione, affermando che durante l’incontro non gli era stato riferito nulla che assomigliasse al caso FlyDubai.
Al momento manca inoltre un elemento fondamentale: la matrice dell’azione non è stata definitivamente accertata.
Israele, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita stanno collaborando alle indagini. Le autorità israeliane stanno verificando eventuali collegamenti terroristici o con attori stranieri, mentre non sono state rese pubbliche prove definitive che attribuiscano l’azione a uno Stato o a un’organizzazione.
Questa distinzione è importante perché un attacco riconducibile a un’organizzazione jihadista o a uno Stato ostile avrebbe una valenza politica diversa da quella di un gesto individuale non collegato a una struttura esterna.
Esiste comunque un vantaggio strutturale che non dipende dalle interpretazioni: Netanyahu è il primo ministro in carica.
È lui che può ricevere i protagonisti dell’episodio, parlare a nome dello Stato, ordinare nuove verifiche di sicurezza e apparire davanti alle telecamere accanto agli uomini celebrati come eroi.
È la forza politica dell’incumbency: quando un’emergenza domina l’agenda, chi governa dispone di una visibilità istituzionale che gli sfidanti non possiedono.
Ma visibilità non significa automaticamente consenso.
Probabilmente l’aspetto più importante del caso FlyDubai non è quindi l’incidente in sé, ma la sua relazione simbolica con il 7 ottobre.
La campagna elettorale israeliana sta ruotando attorno a due rappresentazioni della sicurezza.
Netanyahu insiste sulla permanenza della minaccia: Iran, Hamas, Hezbollah, terrorismo internazionale e instabilità regionale renderebbero necessario mantenere al centro della politica la gestione della sicurezza nazionale.
I suoi avversari insistono invece sulla responsabilità: proprio il più grave fallimento della sicurezza nella storia del Paese avvenne durante il governo Netanyahu, e il 7 ottobre continua quindi a essere utilizzato come argomento contro la sua pretesa di essere il garante della sicurezza nazionale.
Il volo FlyDubai può essere inserito perfettamente in entrambe le narrazioni.
Ed è questo il motivo per cui, meno di ventiquattr’ore dopo l’atterraggio dell’aereo, l’episodio era già diventato materia elettorale.
Al momento, però, non esiste ancora una rilevazione post-incidente sufficientemente consolidata che permetta di stabilire che FlyDubai abbia prodotto un cambiamento significativo nelle intenzioni di voto.
In una società fortemente polarizzata come quella israeliana il problema fondamentale resta quello della conversione: un evento può dominare per giorni televisioni e social network senza necessariamente spostare elettori da un blocco all’altro.
La vera conseguenza politica del volo FZ1073, almeno per ora, è dunque un’altra.
Ha riportato la sicurezza al centro della campagna.
Netanyahu proverà a fare delle minacce ancora presenti contro Israele la domanda principale del voto. I suoi avversari proveranno invece a ricondurre quella stessa domanda alla responsabilità politica per le falle della sicurezza israeliana.
Il caso FlyDubai non ha risolto questo confronto.
Lo ha semplicemente reso molto più difficile da evitare.
FlyDubai e il ritorno della sicurezza al centro della campagna israeliana
Modificato il 1 ottobre 2026 alle 16:37
Pubblicato sul canale Israele Senza Filtri
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