La donna araba-israeliana che ieri ha percorso il centro di Napoli avvolta in una bandiera israeliana, scatenando proteste e facendosi riprendere mentre metteva in scena una provocazione destinata inevitabilmente ai social, non rappresenta Israele, il sionismo o la comunità israeliana in Italia.
Il Corriere della Sera ha raccontato l’episodio riportando anche, come testimonianza di una presente, la frase attribuita alla donna secondo cui “Gaza deve bruciare”. La sua identità e il suo retroterra politico, però, sono la parte della storia che merita di essere approfondita.
Israele Senza Filtri ha raccolto documentazione che riconduce C.K. all’ambiente del Mossawa Center, organizzazione arabo-israeliana con sede a Haifa. Ed è qui che la vicenda assume un significato completamente diverso da quello della caricatura della “sionista estremista” raccontata sui social.
Nel settembre 2025 Mossawa sottoscrisse una dichiarazione nella quale Al-Haq, Al Mezan e Palestinian Centre for Human Rights venivano esplicitamente definiti “our close partners”, i nostri stretti partner.
Al-Haq è una delle sei organizzazioni palestinesi che nel 2021 il ministero della Difesa israeliano designò come organizzazioni terroristiche, sostenendo che costituissero una rete operante per conto del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, FPLP. Nell’elenco figuravano anche Addameer, Bisan Center, DCI-P, UAWC e UPWC.
Mossawa si è pubblicamente schierato contro quelle designazioni e, nel 2022, ha espresso solidarietà alle organizzazioni interessate dopo la chiusura dei loro uffici da parte israeliana.
Questi sono i fatti.
Ed è sulla base dei fatti che poniamo una domanda molto semplice: chi è davvero la donna che viene presentata al pubblico italiano come la caricatura della “sionista fanatica”?
Perché se una persona proveniente da quell’ambiente politico gira per Napoli avvolta nella bandiera israeliana, pronuncia — secondo i testimoni — frasi incendiarie su Gaza e costruisce davanti alle telecamere l’immagine perfetta dell’israeliano che i circuiti propagandistici antisionisti desiderano mostrare, il suo retroterra non è un dettaglio. È la notizia.
Prima di utilizzare questa donna come prova vivente del presunto fanatismo sionista, i giornali farebbero bene a spiegare ai propri lettori chi sia, per chi operi e quale sia l’ambiente politico dal quale proviene.
Perché una bandiera israeliana sulle spalle non trasforma automaticamente qualcuno in un rappresentante di Israele.
E una provocazione resta una provocazione anche quando indossa la nostra bandiera.
Basta spacciare la provocatrice araba di Napoli per una “sionista fanatica”
Modificato il 26 settembre 2026 alle 09:12
Pubblicato sul canale Israele Senza Filtri
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