A quasi tre anni dal massacro del 7 ottobre, il professor Chen Kugel, direttore del Centro nazionale israeliano di medicina legale di Tel Aviv, mostra per la prima volta parte del materiale forense raccolto durante l’identificazione delle vittime. Centinaia di fotografie, TAC, frammenti ossei e reperti che, secondo Kugel, permettono oggi di formulare una conclusione precisa: la brutalità dei terroristi di Hamas non fu casuale né il risultato di una perdita di controllo. I diversi metodi di uccisione osservati nei vari luoghi dell’attacco indicano, a suo giudizio, un piano operativo organizzato.
Kugel racconta che al centro arrivarono circa 3.000 sacchi. La maggior parte non conteneva corpi integri, ma resti umani, frammenti e ossa bruciate. Parti appartenenti alla stessa persona erano state raccolte in luoghi differenti e inserite in sacchi diversi. Complessivamente l’istituto ha lavorato su oltre 900 corpi legati al 7 ottobre e alla guerra successiva, oltre a centinaia di corpi di terroristi e residenti di Gaza esaminati per verificare se tra loro potessero trovarsi ostaggi israeliani.
Una delle evidenze mostrate riguarda una vittima bruciata viva: la presenza di fuliggine nelle vie respiratorie dimostrava che la persona stava ancora respirando mentre veniva avvolta dalle fiamme.
In altri casi i medici legali trovarono vittime con il volto deliberatamente distrutto, corpi mutilati, persone legate e poi fucilate, anche ai genitali, e cadaveri decapitati. Tra questi, riferisce Kugel, vi erano anche bambini.
Una ragazza di circa 12 anni risultò colpita alla testa e successivamente decapitata. In una precedente visita al centro era stato inoltre documentato il corpo di una bambina di circa cinque anni raggiunta da numerosi colpi d’arma da fuoco lungo tutto il corpo.
Le modalità variavano da luogo a luogo.
In uno dei kibbutz della zona di confine, un gruppo di lavoratori stranieri fu rinchiuso in una stanza, colpito alle gambe e lasciato morire dissanguato.
In un altro luogo alcune persone furono legate e giustiziate.
Altrove un rifugio protetto venne incendiato utilizzando sostanze acceleranti, trasformandolo di fatto in una camera di morte.
Per Kugel proprio questa diversificazione rappresenta un elemento fondamentale: squadre differenti avrebbero utilizzato modalità differenti ma coerenti all’interno delle singole aree operative.
Il patologo respinge anche la spiegazione secondo cui la ferocia sarebbe stata principalmente provocata dall’assunzione di Captagon o altre droghe da parte degli assalitori. La capacità di continuare a eseguire compiti e procedure prestabilite, sostiene, è invece compatibile con un’azione pianificata.
Uno dei casi più complessi riguardò una giovane donna presente al festival Nova. Era stata colpita alle gambe mentre cercava rifugio in un’ambulanza nella quale si erano ammassate altre persone. I terroristi colpirono il mezzo con un RPG, uccidendo chi si trovava all’interno.
Il corpo della ragazza non venne inizialmente identificato. Una collana a forma di mezzaluna trovata tra i resti permise successivamente di recuperarne il DNA. Si arrivò perfino alla riesumazione di altre salme, perché si temeva che il suo corpo, carbonizzato nell’incendio dell’ambulanza, si fosse fuso con quello di un’altra vittima. Alla fine fu possibile identificarla e darle sepoltura.
In un altro caso il cranio di una vittima era stato schiacciato e ridotto in piccoli frammenti. I medici riuscirono comunque a estrarne materiale genetico e a stabilirne l’identità.
In un altro ancora fu sufficiente un minuscolo frammento osseo trovato accanto a un casco sul quale erano presenti tracce di tessuto cerebrale: l’analisi consentì di stabilire che l’uomo era stato ucciso e che il suo corpo era stato successivamente portato a Gaza.
Il Centro nazionale di medicina legale afferma di essere riuscito, al termine del lavoro, a identificare il 100% delle vittime ricevute.
Kugel sottolinea come si tratti di un risultato eccezionale nella medicina forense: ancora oggi, per confronto, una parte consistente delle vittime dell’attacco alle Torri Gemelle non è stata identificata attraverso i resti recuperati.
Kugel fece inoltre parte della commissione incaricata di stabilire la morte degli ostaggi nei casi in cui Israele non disponeva del corpo. Insieme alla dottoressa Hagar Mizrahi e al professor Ofer Merin, la commissione arrivò a dichiarare con certezza la morte di 44 ostaggi sulla base dell’insieme delle informazioni disponibili.
Nel centro di Abu Kabir arrivò anche, nell’ottobre 2024, il corpo di Yahya Sinwar.
Fu Kugel stesso a esaminarlo. L’autopsia indicò diverse ferite da arma da fuoco e una lesione fatale alla testa.
Ma il prezzo umano di questo lavoro non si è limitato alle famiglie.
Kugel racconta che alcuni dipendenti del centro sono rimasti psicologicamente devastati da ciò che hanno visto e che alcuni hanno infine lasciato il lavoro. Lui stesso, terminata la fase più intensa delle identificazioni, ha chiesto assistenza psicologica ed è stato diagnosticato con disturbo post-traumatico da stress.
Ricorda anche il momento in cui crollò.
Era venerdì. Circa cento persone — medici, tecnici, antropologi, specialisti e volontari — stavano lavorando senza sosta tra i resti delle vittime. Poco prima dello Shabbat alcuni civili arrivarono portando cibo per chi lavorava all’istituto.
Kugel tentò di pronunciare la benedizione, ma scoppiò a piangere.
Dopo settimane trascorse davanti a corpi carbonizzati, persone legate e uccise, bambini assassinati e famiglie in attesa di sapere se i propri cari fossero vivi, morti o rapiti, fu il contrasto con quella semplice manifestazione di solidarietà a spezzare il distacco professionale che gli aveva permesso di continuare a lavorare.
Il professore sostiene inoltre che una parte delle prove raccolte non abbia ricevuto sufficiente attenzione internazionale. Racconta che un articolo scientifico da lui preparato insieme al professor Yehuda Shoenfeld venne respinto da The Lancet in appena due giorni e interpreta l’episodio come parte di un atteggiamento ostile verso le testimonianze israeliane. Si tratta della valutazione personale di Kugel.
Per quasi tre anni il Centro nazionale di medicina legale ha trasformato ciò che rimaneva delle vittime in nomi, identità e prove.
E per Kugel proprio quelle prove conducono a una conclusione: il 7 ottobre non fu soltanto un massacro compiuto nel caos dell’attacco.
Dietro modalità diverse di uccisione, applicate sistematicamente in luoghi differenti, egli vede l’esecuzione di un piano preparato in anticipo.
7 ottobre, parla il capo della medicina legale israeliana: «Non fu un’esplosione di violenza. C’era un piano diabolico»
Modificato il 4 ottobre 2026 alle 12:45
Pubblicato sul canale Israele Senza Filtri
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