C’è qualcosa di particolarmente significativo nel materiale propagandistico diffuso da Hamas quando, accanto agli uomini armati, compaiono dei bambini. Non perché l’utilizzo politico e militare dell’infanzia nella Striscia di Gaza sia un fenomeno completamente nuovo, ma perché in questo caso è la stessa organizzazione a scegliere di mostrarlo, trasformando ciò che dovrebbe suscitare allarme in qualcosa da esibire.
Il punto non è soltanto morale. È giuridico, militare e politico.
Quando un’organizzazione armata coinvolge dei minori nelle proprie attività, il diritto internazionale distingue attentamente tra propaganda, addestramento, reclutamento e partecipazione alle ostilità. Lo Statuto di Roma della Corte penale internazionale è molto preciso: reclutare, arruolare o utilizzare bambini di età inferiore ai 15 anni affinché partecipino attivamente alle ostilità costituisce un crimine di guerra.
Esistono poi standard più ampi. Il Protocollo opzionale alla Convenzione sui diritti dell’infanzia relativo al coinvolgimento dei bambini nei conflitti armati stabilisce una protezione rafforzata fino ai 18 anni e prescrive che i gruppi armati non statali non reclutino né utilizzino persone sotto tale età nelle ostilità.
Questa distinzione è importante proprio per evitare slogan imprecisi. Se i bambini mostrati nel materiale di Hamas avessero meno di quindici anni e fossero effettivamente impiegati per partecipare attivamente alle operazioni militari, la fattispecie prevista dallo Statuto di Roma sarebbe direttamente pertinente. Se avessero tra quindici e diciassette anni, l’impiego rimarrebbe comunque contrario agli standard internazionali sulla protezione dei minori, ma la qualificazione penale richiederebbe un’analisi diversa.
Il problema, tuttavia, non nasce con un singolo filmato.
Già nel rapporto delle Nazioni Unite sui bambini nei conflitti armati relativo al 2018 era stato verificato il reclutamento e l’utilizzo di un diciassettenne da parte delle Brigate al-Qassam di Hamas. Nel rapporto relativo al 2020, l’ONU verificò nuovamente il reclutamento di due ragazzi palestinesi da parte delle Brigate al-Qassam.
Nel 2019, inoltre, le Nazioni Unite segnalarono i campi estivi organizzati a Gaza dalle Brigate al-Qassam e dalla Jihad Islamica Palestinese nei quali partecipavano anche ragazzi di appena quattordici anni, esposti a contenuti e attività di carattere militare. Il rapporto ONU relativo al 2023 tornò ancora sull’esistenza dei campi organizzati da Hamas e dalla Jihad Islamica, nei quali bambini venivano esposti ad attività e contenuti militari.
Non si tratta quindi semplicemente di stabilire cosa accada nei pochi secondi di un video. Esiste una documentazione internazionale precedente che mostra come l’avvicinamento dei minori all’universo militare di Hamas non sia un’accusa nata oggi né esclusivamente una tesi israeliana.
È un elemento documentato anche dalle Nazioni Unite.
C’è poi un secondo livello, forse ancora più importante.
Un bambino non deve necessariamente essere mandato con un fucile contro una posizione nemica perché inizi la sua militarizzazione. Esiste un percorso precedente: uniformi, simboli, addestramento, celebrazione dei combattenti, familiarizzazione con le armi, ritualizzazione del martirio e rappresentazione della lotta armata come modello sociale.
È precisamente per questo che il diritto internazionale distingue il semplice contesto educativo dalla progressiva incorporazione del minore nelle strutture di un’organizzazione armata.
Quando immagini di questo tipo vengono prodotte e diffuse dalla stessa organizzazione, inoltre, la loro funzione propagandistica diventa parte dell’analisi. Il messaggio non è rivolto soltanto agli avversari. È rivolto alla società che Hamas vuole rappresentare e alle generazioni che intende formare.
Il bambino diventa quindi contemporaneamente simbolo, destinatario della propaganda e potenziale elemento della continuità organizzativa.
Ed è difficile separare completamente questo aspetto dalla storia recente documentata dagli organismi internazionali.
Il rapporto del Segretario generale delle Nazioni Unite pubblicato il 16 giugno 2026 continua infatti a includere le Brigate Izz al-Din al-Qassam di Hamas e le fazioni affiliate nell’elenco dei gruppi armati non statali responsabili di gravi violazioni contro i bambini. Lo stesso rapporto ha verificato anche tre casi di utilizzo militare di scuole da parte delle Brigate al-Qassam nel corso del 2025.
Questo dato non dimostra automaticamente che ogni bambino presente in un video di Hamas sia un combattente. Dimostra però che il materiale non può essere valutato nel vuoto.
Esiste un contesto documentato.
A questo si aggiunge il rapporto strutturale tra Hamas e la Repubblica Islamica dell’Iran.
Anche qui conviene distinguere ciò che è documentato da ciò che non lo è. Non vi sono elementi per sostenere, sulla base del solo filmato, che Teheran abbia diretto o organizzato lo specifico episodio mostrato.
Il sostegno iraniano a Hamas, tuttavia, è ampiamente documentato. Il Dipartimento di Stato americano ha descritto il supporto fornito dall’Iran, soprattutto attraverso il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, in termini di finanziamenti, armi e addestramento operativo. Nei rapporti statunitensi sul terrorismo viene inoltre indicato il sostegno materiale, finanziario e addestrativo fornito per anni a Hamas e ad altre organizzazioni armate palestinesi.
Attribuire all’Iran il singolo impiego di un bambino senza ulteriori prove sarebbe quindi scorretto. Ignorare l’infrastruttura politico-militare nella quale Hamas opera sarebbe però altrettanto scorretto.
Ed è qui che il materiale pubblicato assume un valore che va oltre la propaganda.
Le organizzazioni armate normalmente cercano di controllare ciò che il mondo vede di loro. Scelgono le immagini, costruiscono la narrazione, selezionano i simboli attraverso i quali intendono essere percepite.
Se in quella rappresentazione trovano posto anche dei bambini inseriti in un contesto terroristico o militare, il problema non è semplicemente che un minore sia finito accidentalmente davanti a una telecamera.
Il problema è che qualcuno ha considerato quella presenza compatibile con il messaggio che voleva trasmettere.
E questo dice molto.
Non consente, da solo, di stabilire l’età esatta dei ragazzi, il loro status o la responsabilità penale individuale di specifici comandanti. Questi elementi richiedono accertamenti ulteriori. Ma permette di osservare qualcosa di più generale: la linea che dovrebbe separare l’infanzia dalla guerra continua a essere attraversata.
La questione dei bambini di Gaza, dunque, non può essere ridotta soltanto alla tragica contabilità delle vittime della guerra. Proteggere i bambini significa anche impedire che vengano reclutati, addestrati, strumentalizzati o trasformati nella scenografia ideologica di un’organizzazione armata.
Vale indipendentemente da chi commetta la violazione.
Ed è precisamente per questo che, quando Hamas sceglie autonomamente di mostrare bambini all’interno della propria rappresentazione militare, quelle immagini meritano di essere osservate con estrema attenzione.
Perché la propaganda può cercare di costruire un mito.
Ma qualche volta, nel tentativo di costruirlo, finisce anche per documentare il sistema che esiste dietro di esso.
Hamas, i bambini e la propaganda armata: quando la narrativa islamista diventa una prova
Modificato il 23 settembre 2026 alle 14:58
Pubblicato sul canale Israele Senza Filtri
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