«Il mondo vi odia».

A chi ci scrive sui social questa frase pensando di aver concluso una discussione, rispondo: non avete ancora cominciato. Avete descritto un sentimento, attribuendolo per giunta all’intera umanità. Non avete dimostrato un fatto, confutato un argomento, stabilito una responsabilità. Il genocidio a Gaza? Continua infatti a non esistere, nonostante il vostro odio, quello sì, è assai reale e più che documentato.

Soprattutto, avete sbagliato destinatario: non considero il mio diritto a esistere una concessione della vostra simpatia.

Non devo piacervi. Non devo conquistarvi. Non devo presentarmi ogni mattina davanti al vostro giudizio per sapere se, oggi, essere ebreo sia ancora tollerabile.

Chiariamo subito a chi mi rivolgo: mi rivolgo a chi trasforma l’appartenenza in un’accusa e poi pretende che l’accusato si vergogni di se stesso. A questa pretesa, mi spiace per voi ma non riconosco alcuna autorità.

Nel 1911, nel contesto dell’affare Beilis e delle accuse di omicidio rituale contro gli ebrei, Vladimir Ze’ev Jabotinsky scrisse il saggio conosciuto in inglese come No Apologies. Contestava l’abitudine di accettare che un intero popolo fosse trascinato sul banco degli imputati, chiamato continuamente a discolparsi della propria esistenza.

Il passaggio è esplicito: proponeva di incrociare le braccia e rispondere, chiaramente e con calma, con parole che in italiano possiamo rendere così: «Andate al diavolo». Io oggi vi direi: a farvi fottere male.

La calma, qui, conta però quanto le parole. Non sento infatti il bisogno disperato di ferire chi ci ferisce: rifiuto di riconoscergli il posto e ruolo di giudice.

Per me, la forza di un sonoro ME NE STRAFOTTO sta precisamente in questo: rifiutare che la mia identità debba essere sottoposta a sentenza.

Nello stesso testo Jabotinsky scriveva: «Siamo un popolo come tutti gli altri; non pretendiamo di essere migliori». Rivendicava perfino il diritto di avere, come ogni altro popolo, individui disonesti, senza che le loro colpe diventassero un’accusa contro tutti. Criminali, prostituite, pochi di buono, razzisti e via dicendo tutta la coorte dei miracoli tanto invisa ai benpensanti : li avete voi, che li vogliate o no, dunque li voglio anche io. Voi avete Vannacci, Conte, l’Albanese, “Cuore di Panna” e chi ne ha più ne metta, io voglio il mio Ben Gvir come voi appunto avete i vostri, perché è mio, e questo già mi basta, anche se mai lo voterò.

Non presenterò pertanto un inventario di premi Nobel ebrei per ottenere il rispetto che spetta anche a chi, come me, non ha inventato in vita sua un bel niente. Non esibirò un certificato di eccellenza per dimostrare che merito di essere lasciato vivere. Non sostituirò al pregiudizio dell’ebreo necessariamente colpevole la rappresentazione, altrettanto disumana, dell’ebreo obbligatoriamente esemplare.

La dignità non è una borsa di studio riservata ai migliori. E l’uguaglianza non consiste nel concedere a qualcuno i diritti di tutti gli altri purché si comporti meglio di tutti gli altri.

Non concederò a nessuno di sostituire la contestazione di ciò che ho scritto con il disprezzo per ciò che sono.

A chi mi oppone il numero di coloro che ci odiano, dunque, non risponderò contando quelli che ci amano.

Anche se fossi solo, non avreste acquistato un diritto su di me.

Me ne strafotto del vostro odio quando me lo presentate come una ragione per abbassare gli occhi.

E ora, andate al diavolo.