L’Arabia Saudita ha abbandonato mBridge, una delle più avanzate sperimentazioni al mondo per creare un sistema di pagamenti internazionali basato sulle valute digitali delle banche centrali e sulla tecnologia blockchain.

La notizia è geopoliticamente rilevante soprattutto per una ragione: mBridge rappresenta una possibile infrastruttura attraverso la quale, in futuro, gli Stati potrebbero effettuare pagamenti transfrontalieri direttamente nelle proprie valute, riducendo la necessità di passare attraverso il dollaro americano e l’attuale sistema di banche corrispondenti.

Il progetto nacque nel 2021 dalla collaborazione tra la Banca dei Regolamenti Internazionali, la banca centrale cinese, Hong Kong, Thailandia ed Emirati Arabi Uniti. L’Arabia Saudita vi entrò ufficialmente nel giugno 2024, quando mBridge raggiunse la fase di “Minimum Viable Product”.

Il cuore tecnologico è il cosiddetto mBridge Ledger, una infrastruttura DLT progettata per consentire alle banche centrali e alle banche commerciali partecipanti di regolare pagamenti internazionali quasi direttamente, attraverso CBDC wholesale, cioè valute digitali destinate al sistema bancario e non al normale consumatore.

In altre parole: non Bitcoin, non una criptovaluta privata e nemmeno necessariamente uno “yuan digitale per tutti”. È un tentativo di ricostruire una parte dell’infrastruttura finanziaria internazionale.

Ed è precisamente qui che comincia la dimensione geopolitica.

Oggi una quota enorme dei pagamenti internazionali passa direttamente o indirettamente attraverso infrastrutture finanziarie occidentali, banche corrispondenti e dollaro.

mBridge potrebbe invece permettere, per esempio, a una banca negli Emirati e a una banca cinese di regolare una transazione attraverso le rispettive valute digitali senza dover necessariamente trasformare prima il pagamento in dollari.

Questo non significa automaticamente “fine del dollaro”. Significa però creare un binario finanziario alternativo.

Ed è proprio questa possibilità ad aver attirato l’attenzione degli Stati Uniti e degli altri Paesi occidentali, soprattutto per le potenziali conseguenze sul sistema delle sanzioni finanziarie.

La Banca dei Regolamenti Internazionali uscì dal progetto nell’ottobre 2024. Il suo allora direttore generale Agustín Carstens sostenne che non vi fossero motivazioni politiche e che mBridge fosse semplicemente sufficientemente sviluppato perché i partner potessero proseguire autonomamente. Allo stesso tempo precisò pubblicamente che il progetto non avrebbe dovuto diventare un mezzo attraverso il quale Paesi sottoposti a sanzioni potessero aggirarle.

Con l’uscita della BIS, il peso tecnologico e politico della Cina sulla piattaforma è inevitabilmente aumentato.

Secondo quanto emerso ora, la Saudi Central Bank aveva già concluso la propria partecipazione attiva entro maggio 2025, al termine del proprio proof of concept.

Riyadh sostiene che si trattasse di un percorso previsto fin dall’inizio e non di una decisione improvvisa. L’Arabia Saudita avrebbe inoltre mantenuto contatti con il progetto anche dopo aver terminato la partecipazione operativa.

È una distinzione importante.

Presentare quanto accaduto come una improvvisa rottura saudita con la Cina sarebbe quindi eccessivo.

Ma sarebbe altrettanto sbagliato ignorarne il significato strategico.

Nel 2024 l’ingresso saudita era stato interpretato come uno dei segnali più importanti della crescente disponibilità di Riyadh a sperimentare infrastrutture finanziarie meno dipendenti dall’Occidente.

L’Arabia Saudita non è infatti un Paese qualsiasi nel sistema del dollaro.

È uno dei maggiori esportatori petroliferi del pianeta e il suo rapporto economico, finanziario e strategico con gli Stati Uniti ha rappresentato per decenni uno degli elementi centrali dell’architettura economica del Golfo.

E soprattutto: il riyal saudita continua ancora oggi a essere ancorato al dollaro al cambio di 3,75 riyal per un dollaro.

La stessa Saudi Central Bank considera questo legame un pilastro della stabilità monetaria del Regno.

Da questo punto di vista emerge una contraddizione soltanto apparente.

Riyadh vuole diversificare.

Vuole commerciare con la Cina, sviluppare rapporti con l’Asia, sperimentare nuove tecnologie finanziarie e aumentare la propria autonomia strategica.

Ma questo non significa necessariamente voler demolire l’ordine finanziario costruito attorno al dollaro.

Negli ultimi anni Riyadh ha cercato sistematicamente di evitare una scelta binaria tra Washington e Pechino.

La Cina è uno dei partner economici fondamentali del Regno.

Gli Stati Uniti rimangono invece profondamente integrati nell’architettura finanziaria e di sicurezza saudita.

mBridge si trova esattamente all’incrocio tra questi due mondi.

Da una parte offre efficienza tecnologica e maggiore autonomia nei pagamenti.

Dall’altra, se diventasse un’infrastruttura geopolitica capace di aggirare dollaro e sanzioni occidentali, assumerebbe un significato completamente diverso.

È probabilmente questa distinzione che bisogna tenere presente leggendo il passo saudita.

Riyadh può essere interessata alla diversificazione finanziaria senza essere interessata alla rottura finanziaria.

Può utilizzare yuan per alcuni scambi, sviluppare CBDC, cooperare con Pechino e contemporaneamente mantenere il riyal agganciato al dollaro e preservare la propria integrazione con i mercati finanziari occidentali.

Per la Cina, tuttavia, la perdita della partecipazione saudita riduce almeno simbolicamente la forza geopolitica di mBridge.

Un’infrastruttura alternativa composta da Cina, Hong Kong, Thailandia ed Emirati possiede certamente rilevanza.

La partecipazione contemporanea di Cina, Emirati e Arabia Saudita, due dei maggiori protagonisti energetici del Golfo, avrebbe però conferito al progetto un peso molto maggiore nella discussione sulla progressiva internazionalizzazione dello yuan e sulla riduzione dell’utilizzo del dollaro nel commercio energetico.

Per questo l’uscita saudita conta.

Non significa che la dedollarizzazione mondiale sia terminata.

Non significa nemmeno che Riyadh abbia scelto definitivamente Washington contro Pechino.

Significa qualcosa di probabilmente più interessante: quando la diversificazione finanziaria comincia a trasformarsi in costruzione di un sistema geopolitico alternativo, anche le potenze che cercano autonomia strategica diventano molto più prudenti.

E l’Arabia Saudita, almeno per ora, sembra voler mantenere aperte entrambe le porte.