Alla vigilia dell’83° anniversario della deportazione degli ebrei romani, il presidente della Comunità Ebraica di Roma pronuncia parole durissime contro l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia. Al centro dello scontro le contestazioni alla Brigata Ebraica durante il 25 aprile, le dichiarazioni del presidente nazionale Gianfranco Pagliarulo sulle bandiere israeliane e il deterioramento dei rapporti con le comunità ebraiche italiane.
Una presa di posizione netta, destinata ad aprire una frattura profonda nel mondo della memoria della Resistenza e della Shoah. A due giorni dall’83° anniversario del rastrellamento degli ebrei di Roma, il presidente della Comunità Ebraica della Capitale, Victor Fadlun, chiede ufficialmente all’ANPI di non partecipare alle commemorazioni del 16 ottobre.
Non si tratta di una semplice polemica sulle modalità di una cerimonia. La dichiarazione mette direttamente in discussione la credibilità morale dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia nei confronti della comunità ebraica, dopo le contestazioni che hanno accompagnato la presenza della Brigata Ebraica e delle bandiere israeliane alle manifestazioni per la Liberazione.
«Il 16 ottobre è il giorno più doloroso nella storia degli ebrei romani», esordisce Fadlun, ricordando le 1.022 persone deportate dai nazifascisti nel 1943, delle quali soltanto sedici fecero ritorno. Nessun bambino sopravvisse.
Era l’alba di sabato 16 ottobre 1943 quando le SS avviarono il rastrellamento degli ebrei della Capitale. Famiglie intere furono prelevate dalle proprie abitazioni, concentrate nel Collegio Militare di via della Lungara e successivamente deportate ad Auschwitz-Birkenau. Una delle pagine più tragiche della persecuzione antiebraica in Italia, resa possibile anche dal sistema di discriminazione, schedatura ed esclusione costruito dal fascismo attraverso le leggi razziali del 1938.
Ottantatré anni dopo, quella ferita resta aperta. Ed è proprio in nome del rispetto dovuto alle vittime e ai loro discendenti che Fadlun respinge la presenza dell’ANPI alle commemorazioni organizzate dalla comunità.
«Chi ha contestato la presenza delle bandiere di Israele e della Brigata Ebraica nei cortei del 25 Aprile, chi non ha saputo difendere senza ambiguità il diritto degli ebrei e di tutti gli italiani a ricordare il contributo della Brigata Ebraica alla Liberazione, chi nelle piazze si è mostrato compiacente verso la violenza Pro-Pal, non può pretendere di presentarsi da noi il 16 Ottobre come se tutto questo non significasse nulla».
Parole che rappresentano un’accusa politica e morale precisa, riferita non soltanto agli episodi di contestazione, ma anche all’atteggiamento assunto, secondo Fadlun, dai vertici dell’associazione partigiana.
Il riferimento principale è quanto accaduto a Milano il 25 aprile 2026, quando la partecipazione della Brigata Ebraica al corteo per la Liberazione provocò pesanti contestazioni e un lungo blocco della manifestazione. Una parte del gruppo fu infine accompagnata fuori dal corteo dalle forze dell’ordine.
In quell’occasione, il presidente nazionale dell’ANPI, Gianfranco Pagliarulo, dichiarò che le bandiere israeliane erano inopportune, sostenendo che non avrebbero dovuto essere esibite durante la manifestazione. Pagliarulo motivò la propria posizione richiamando il conflitto in Medio Oriente e la distinzione, nella sua interpretazione, tra aggressori e aggrediti.
Una posizione contestata dalle organizzazioni ebraiche, che denunciarono l’esclusione di una componente storicamente legata alla lotta contro il nazifascismo.
Ma è proprio la sovrapposizione tra le controversie contemporanee su Israele e la memoria della Liberazione a costituire il punto centrale dello scontro.
La Brigata Ebraica non è una costruzione politica contemporanea.
Fu un’unità militare composta da circa cinquemila volontari ebrei, prevalentemente provenienti dalla Palestina sotto Mandato britannico, inquadrata nell’esercito del Regno Unito e impegnata nel 1945 nella campagna d’Italia contro la Germania nazista.
I suoi soldati combatterono sul fronte romagnolo, in particolare lungo il fiume Senio, e contribuirono alla sconfitta delle forze tedesche. Diversi caddero in combattimento. Dopo la guerra, numerosi volontari ebrei parteciparono anche alle operazioni di assistenza ai sopravvissuti alla Shoah.
Questa storia appartiene a pieno titolo alla Liberazione italiana.
«È una ferita profonda, tanto più grave perché viene da un’associazione che dovrebbe custodire i valori della Resistenza e della lotta contro il fascismo e l’antisemitismo», afferma il presidente della Comunità Ebraica di Roma.
Il suo intervento assume un significato ancora più rilevante nel clima che le comunità ebraiche italiane denunciano di vivere dopo il massacro del 7 ottobre 2023 compiuto da Hamas in Israele. Un clima caratterizzato da una recrudescenza degli episodi antisemiti e da tensioni che hanno investito università, manifestazioni pubbliche e luoghi della vita comunitaria.
È su questo terreno che la disputa politica diventa una questione di fiducia.
Un’associazione nata per custodire la memoria dell’antifascismo può certamente esprimere posizioni critiche nei confronti del governo israeliano. Ma quando quelle posizioni si traducono in controversie sulla legittimità della presenza di simboli israeliani accanto ai rappresentanti della Brigata Ebraica, il problema non è più soltanto diplomatico o politico. Diventa anche una questione di riconoscimento e rispetto della memoria ebraica.
Fadlun non chiede all’ANPI di rinunciare alle proprie idee politiche. Chiede che l’associazione riconosca la profondità della frattura prodotta dalle proprie scelte e che, in occasione della ricorrenza più dolorosa per gli ebrei romani, rinunci a una presenza che la Comunità giudica incompatibile con la serenità del ricordo.
«Non intendiamo trasformare il ricordo dei nostri cari in una polemica politica. Ma proprio per questo dobbiamo essere intransigenti», sottolinea.
Quindi la richiesta, formulata senza lasciare spazio a equivoci:
«L’ANPI rifletta sulle proprie responsabilità e abbia la sensibilità, se non il pudore, di fare un passo indietro».
La Comunità Ebraica di Roma rivendica il diritto di stabilire le condizioni di rispetto delle proprie commemorazioni, mentre all’ANPI viene chiesto di confrontarsi con le conseguenze delle proprie posizioni pubbliche.
Il 16 ottobre non è una celebrazione astratta. È il ricordo di persone che avevano nomi, cognomi, famiglie, figli. Di bambini che non tornarono. Di intere generazioni cancellate dai nazisti.
Ed è proprio su questo che Fadlun conclude il suo intervento:
«Il 16 Ottobre appartiene alla memoria di Roma, ma soprattutto a chi porta ancora il nome, il volto e l’assenza di una persona che non è mai tornata. Quei morti non abbiamo potuto riportarli a casa. Possiamo però difendere la dignità del loro ricordo. E su questo non faremo passi indietro».
La memoria della Shoah non può prescindere dall’ascolto di coloro che quella tragedia continuano a portarla nella propria storia familiare e collettiva.
Per la Comunità Ebraica di Roma, su questo punto non esiste possibilità di compromesso.
16 ottobre, rottura tra la Comunità Ebraica di Roma e l’ANPI, Fadlun: «Non partecipino alle nostre commemorazioni. Abbiano il pudore di fare un passo indietro»
Modificato il 14 ottobre 2026 alle 20:57
Pubblicato sul canale Israele Senza Filtri
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