La Comunità Ebraica di Roma ottiene l’esclusione della delegazione dell’Associazione Nazionale Partigiani dall’area della commemorazione del rastrellamento nazista del 1943. Il presidente Victor Fadlun rivendica la decisione e accusa l’ANPI di aver tradito la propria missione storica: «Non sono più custodi della Memoria, fanno politica».

Ottantatré anni dopo il rastrellamento nazista del Ghetto di Roma, la commemorazione di una delle pagine più tragiche della storia ebraica italiana si trasforma nel teatro di una frattura ormai profonda tra la Comunità Ebraica della Capitale e l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia. La delegazione dell’ANPI, presentatasi nonostante l’esplicita richiesta di non partecipare avanzata dal presidente della Comunità Ebraica, Victor Fadlun, è stata contestata e allontanata dall’area riservata alla cerimonia ufficiale.

Una decisione che Fadlun rivendica senza esitazioni, definendo la presenza dell’associazione partigiana una provocazione deliberata nei confronti delle famiglie delle vittime della Shoah.

«Siamo riusciti a escludere l’ANPI dalle commemorazioni del 16 Ottobre, ottenendone l’allontanamento», dichiara il presidente della Comunità Ebraica di Roma, che da due giorni aveva pubblicamente chiesto all’associazione di rinunciare alla propria partecipazione.

La richiesta era rimasta inascoltata. L’ANPI aveva confermato la propria presenza, sostenendo di voler onorare la ricorrenza nel solco dei valori dell’antifascismo e della Resistenza. Questa mattina, tuttavia, l’arrivo della delegazione nel quartiere ebraico ha provocato una durissima contestazione. Alcuni presenti hanno gridato «fuori», «vergognatevi» e «ve ne dovete andare», chiedendo l’allontanamento dei rappresentanti dell’associazione.

La delegazione è stata quindi spostata fuori dallo spazio della cerimonia, dietro alcune transenne. In segno di solidarietà, anche rappresentanti di altre associazioni, tra cui l’ANED e la FIAP, si sono schierati al suo fianco.

Per Fadlun, però, il punto centrale non è la contestazione, ma il mancato rispetto di una richiesta esplicita formulata dalla comunità direttamente colpita dalla tragedia che si stava commemorando.

«La loro presenza non era gradita, non si va in casa d’altri durante un lutto senza essere ben accetti», afferma il presidente, richiamando la dimensione più intima e dolorosa della ricorrenza.

Il 16 ottobre 1943, le forze naziste rastrellarono gli ebrei di Roma, strappando uomini, donne, anziani e bambini dalle loro abitazioni. Dei 1.022 deportati ricordati dalla Comunità Ebraica, soltanto sedici fecero ritorno. Nessun bambino sopravvisse. Un crimine che ha lasciato una ferita permanente nella storia della più antica comunità ebraica della diaspora occidentale.

È proprio questa dimensione familiare, prima ancora che istituzionale, a rendere particolarmente duro il giudizio di Fadlun.

«Non c’è dubbio che la decisione dell’ANPI, considerando le nostre prese di posizione ufficiali, sia stata una provocazione», sostiene il presidente, ribadendo che l’allontanamento era necessario per proteggere la commemorazione da ulteriori tensioni.

Ma lo scontro va ben oltre quanto accaduto questa mattina.

La rottura tra la Comunità Ebraica di Roma e l’ANPI si inserisce in una controversia che investe il significato stesso dell’antifascismo, la rappresentazione della Resistenza e il rapporto tra una parte dell’associazionismo partigiano e i movimenti filopalestinesi.

Al centro delle accuse di Fadlun si trova, innanzitutto, il trattamento riservato alla Brigata Ebraica durante le celebrazioni del 25 aprile.

La formazione ebraica, costituita durante la Seconda guerra mondiale nell’ambito dell’esercito britannico, partecipò alla campagna d’Italia contro le forze nazifasciste. La sua bandiera, caratterizzata dalla Stella di David azzurra su bianco, è diventata negli anni uno dei simboli più contestati in alcune manifestazioni per la Liberazione.
Secondo Fadlun, l’ANPI avrebbe progressivamente abbandonato la funzione di custode della memoria resistenziale, permettendo che le divisioni politiche contemporanee prevalessero sul riconoscimento del contributo ebraico alla lotta contro il nazifascismo.

«Loro sono arrivati a cancellare la Brigata Ebraica dal corteo del 25 Aprile, e ormai fanno solo politica e hanno più volte manifestato la vicinanza alle piazze Pro-Pal», denuncia il presidente.

L’accusa è particolarmente grave perché proviene da una comunità che considera la Resistenza parte integrante della propria storia nazionale. Fadlun ricorda infatti il contributo di circa duemila partigiani ebrei alla lotta di Liberazione, una partecipazione che smentisce qualsiasi tentativo di separare la storia dell’ebraismo italiano da quella della rinascita democratica del Paese.

La posizione dell’ANPI è differente. Nel comunicato diffuso alla vigilia della cerimonia, la presidenza provinciale romana aveva rivendicato il diritto di partecipare all’iniziativa organizzata dal Comune di Roma, richiamandosi ai valori costituzionali e antifascisti. L’associazione aveva inoltre respinto le contestazioni di Fadlun, denunciando a propria volta precedenti episodi di violenza durante le manifestazioni del 25 aprile.

La presidente provinciale Marina Pierlorenzi, dopo le tensioni di questa mattina, ha dichiarato che l’associazione era stata attaccata perché considerata vicina alle posizioni filopalestinesi.

Due letture inconciliabili di una frattura che, per la Comunità Ebraica, non può più essere liquidata come una semplice divergenza politica.

Fadlun estende infatti la propria presa di posizione anche alle future commemorazioni, segnando una rottura che non riguarda soltanto il 16 ottobre.

«Non vogliamo l’ANPI, non solo il 16 Ottobre, ma anche nelle altre occasioni dedicate alla Memoria e alla lotta contro il nazi-fascismo», afferma.

È una dichiarazione di straordinaria rilevanza nei rapporti tra le istituzioni della memoria italiana. La Comunità Ebraica non contesta la storia della Resistenza, che continua a rivendicare come propria. Contesta invece la rappresentatività morale dell’attuale ANPI, accusata di essersi trasformata da associazione impegnata nella conservazione della memoria partigiana in un soggetto di militanza politica.

«Non sono più un’Associazione di partigiani impegnata a preservare la memoria, ma un movimento che ne tradisce il ricordo e fa politica», conclude Fadlun.

Il presidente non chiude definitivamente la porta a una riconciliazione, ma stabilisce una condizione precisa: il ritorno dell’associazione alla propria missione originaria.

«Apprezzeremo di nuovo l’ANPI quando tornerà a essere la custode autentica della memoria e di un patrimonio ideale condiviso».

Quanto accaduto oggi a Roma pone una questione che supera i confini della Capitale. La memoria della Resistenza appartiene alla storia democratica italiana, ma non può essere considerata una prerogativa esclusiva di una singola associazione. Allo stesso modo, ricordare la Shoah significa riconoscere la specificità della persecuzione antiebraica e ascoltare le famiglie che ne custodiscono direttamente il ricordo.

L’allontanamento dell’ANPI dalla cerimonia non risolve la frattura, anzi ne misura la profondità. E le contestazioni verbali mostrano quanto il conflitto abbia ormai oltrepassato il terreno del confronto istituzionale. Resta tuttavia un fatto politicamente significativo: la principale istituzione rappresentativa degli ebrei romani non riconosce più nell’attuale dirigenza dell’associazione partigiana un interlocutore adeguato per condividere le proprie commemorazioni.

Ottantatré anni dopo quel sabato nero del 1943, la Comunità Ebraica di Roma rivendica il diritto di ricordare i propri morti senza dover accettare una presenza che considera offensiva per la propria dignità e la propria storia.
E il messaggio di Victor Fadlun è inequivocabile: il rispetto della Memoria non si misura soltanto attraverso le dichiarazioni di principio, ma anche attraverso la capacità di rispettare il dolore di chi quella storia continua a portarla dentro di sé.